Perché tengo all’Otarda dal ventre bianco.

ottobre 13, 2026

Tobalda, l’otarda dal ventre bianco è una piccola ode all’amore a cui tengo.

Personalmente per ragioni le più ovvie, l’ho composta io in una versione e poi in una seconda più elementare. L’ho condivisa con Lello, mio amico fraterno, che l’ha musicata e con un altro amico carissimo, Andrea, l’ha arrangiata e cantata ed è un delizia per me ascoltarla.

L’ho condivisa con Alma, la mia compagna amorosa, e con lei l’ho proposta alla sua amica da una vita, Alessandra, che ne ha ricavato illustrazioni poetiche, straordinarie.

Ho avuto occasione di dedicarla a mia figlia, Caterina, e ai bimbi di tutte le età e questo già potrebbe bastare.

Ci tengo poi anche per ragioni meno personali.

Come è accennato nella quarta di copertina, l’otarda non ha la grazia incantata del cigno, non ha la bellezza fastosa del pavone, né il canto ammaliante della berta, l’uccello che pare dia origine al mito delle sirene.

L’otarda è così, un volatile goffo, mediamente brutto, un po’ rauco e quindi radicalmente ignorato dai poeti a ogni latitudine.

Sfugge, pertanto, alle narrazioni anche le più antiche, ormai lungamente stereotipate, di principesse che possono essere solo bellissime, fino alle derive contemporanee di un’estetica che non solo pretende da tempo magrezza, ma standardizza sempre di più i profili, con una proiezione che sembra tendere all’unico indifferenziato, noioso e finale.

L’otarda si tiene ampiamente alla larga da questi rischi.

Il lupo. A queste latitudini è assurto da secoli, suo malgrado, a protagonista negativo delle fiabe: da Esopo ai fratelli Grimm è sempre il predatore. Una “narrazione” che trova le sue origini sicuro nelle esperienze dei pastori, ma anche in un modello che con una brutta parola potrebbe dirsi “antropocentrico”. Altrove, pare che i nativi americani tengano invece il lupo come animale guida in una relazione tutta differente con gli altri esseri viventi.

Ma che si trova anche andando non troppo lontano, basta leggere le parole di un pastore calabrese per esempio, che considera naturale che alcune sue pecore poi diventino preda dei lupi, che non li considera predatori, pure loro debbono nutrirsi. (stanno nel bel volume Filoxenia. L’accoglienza dei Greci di Calabria)

Per i lupi poi va confessata una speciale simpatia irpina, ma è pur vero che dalle loro esperienze potremmo forse recuperare un senso di comunità che conservano decisamente più di noi essere umani.

Senza considerare che secondo una lettura dell’evoluzione dobbiamo alla particolare relazione con loro, con il “cane lupo”, l’affermarsi nel tempo dell’homo sapiens a discapito dei Neandhertal, più forti, più resistenti, ma non avvezzi a stringere alleanze. Così afferma l’antropologa e paleontologa statunitense Pat Shipman e potrebbe avere le sue ragioni.

La storia d’amore. L’otarda dal ventre bianco e il lupo non solo sono due reietti per costituzione e per definizione, ma sono divisi peraltro dal fatto che uno ha per elezione il cielo e l’altro la terra. La storia d’amore è intuitivamente improbabile, favolosa, stupendevole.

E cosa c’è di meglio in un tempo segnato dal calcolo algoritmico e dalla sudditanza progressiva alla probabilità che fa rima con prevebilità?

Invita a fantasticare e a volare di fantasia.

Anche perché in una fase storica caratterizzata da grandi occhi e da orecchie piccole piccole sposta l’attenzione sul suono, più che sull’immagine visiva dell’altro.

Più in generale la piccola otarda, il suo lupo e la loro storia d’amore si pongono tra gli antagonisti naturali dei predatori, quelli sì, di questo tempo.

Quelli, per esempio, che lavorano senza sosta alla progressiva erosione del perimetro un tempo inviolabile dell’infanzia, che fanno dei piccoli, piccolissimi esseri umani, un target, un territorio di conquista, e attraverso una ipersessualizzazione dei messaggi e delle immagini determinano danni da prenderli a morsi.

L’otarda, sia detto per inciso, non è nata con nessuna di queste aspirazioni, anzi con nessuna aspirazione. Mi segno semplicemente delle parole e delle frasi che mi incuriosiscono o mi piacciono e spesso non ricordo neanche la fonte.

“L’otarda dal ventre bianco” mi suonava bello e allora non sapevo bene neanche che aspetto avesse per la verità questo uccellaccio. Per cui non nasce con nessun obiettivo, messaggio o che, è solo una piccola ode all’amore oltre i generi e le specie. Ma si può partire da cose piccole piccole anche per fare ragionamenti più larghi. E diosolosa quanto ce ne sia bisogno. Uuuuuuh!

 

Tobalda è disponibile sul sito Magicamente Edizioni, ovvero qui

 

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