Kundera, Stalin e la prostata di Kalinin (di obblighi e di libertà)

luglio 16, 2023

C’è un libro più recente di Kundera che vale la pena non dimenticare, non fosse altro che per un paio di aneddoti che riporta, con quel tono sarcastico, un po’ nero, sempre adulto e spesso sospeso tra romanzo e saggio che contraddistingue in qualche modo la sua scrittura.

Meno dirompente e iniziatico di quella leggerezza dell’essere che nel testo originario pare fosse “insopportabile”, addolcita in “insostenibile” nell’indovinata traduzione del titolo in italiano.
Meno intrigante de l’identità, con questioni mai risolte tra il senso del sé, dell’altro e della relazione a due.
E tuttavia con un titolo “la festa dell’insignificanza” che tanto si attaglia a questi tempi e almeno due storie che, come detto, restano memorabili.
Entrambe riguardano Stalin e ne descrivono tratti salienti in maniera naturalmente sferzante. Come poteva essere altrimenti per uno scrittore che ha fatto della libertà la sua cifra vitale prima che artistica e che visse esule, dopo aver contestato la repressione sovietica della primavera di Praga, quella che non condannò neanche, come rimarca Moretti ne Il Sole dell’Avvenire, l’allora Partito Comunista Italiano?
Il primo aneddoto ruota intorno alla storiella delle 24 pernici che lo spietato Koba pare amasse raccontare ai suoi sodali la sera a cena e meriterebbe di essere trattato come tema a parte.
L’altro ha come personaggio centrale tale Kalinin, fedelissimo di Stalin. Kalinin, fattosi anziano, soffriva di problemi alla prostata. Tuttavia con una certa destrezza era riuscito a trovare un modo per continuare a intervenire nei consessi pubblici parlando il tempo che poteva e correndo in bagno quando diventava necessario. Poteva accadere di vederlo andar via dal palco anche più volte durante una sua orazione pubblica ma quelle pause venivano opportunamente riempite da intermezzi musicali di una solerte banda, avvertita per tempo di star pronta a intervenire.
Quando però la sera, come spesso accadeva, Stalin riuniva i suoi principali “collaboratori” per una cena condita da tanta vodka e da poche storielle, sempre uguali, la musica cambiava.
Stalin osservava i suoi commensali uno a uno e più spesso si soffermava proprio su Kalinin. Sapeva, naturalmente, dei suoi problemi alla prostata. E prolungava il racconto continuando a guardarlo negli occhi. Kalinin non aveva naturalmente il coraggio di rischiare di fare qualcosa di sgradito a Koba, sapeva che poteva costargli carissima una pausa per la toilette e anche quando gli saliva l’urgenza di andare in bagno restava lì, seduto, trattenendo una smorfia e sperando che Stalin finisse il prima possibile. Il baffone andava invece avanti e continuava a guardarlo negli occhi. Più Kalinin si contorceva ormai stremato, più Stalin prolungava il racconto. Fino a che non si vedeva sul volto di Kalinin la smorfia di sofferenza tramutarsi in una resa, amara, e lui finalmente almeno rifiatare. A quel punto Stalin chiudeva lesto il racconto e si alzava. Dopo di lui gli altri, tra i quali anche Krusciov che gli sarebbe succeduto qualche anno dopo. L’ultimo ad alzarsi era naturalmente Kalinin, imbarazzato per la chiazza umida sui pantaloni.
Quando Kalinin morì Stalin gli fece intitolare una città. Un premio a tanta devozione. La scelta cadde sulla città tedesca, diventata sovietica, di Konigsberg. Non si trattava di una scelta casuale, era infatti quella la città natale dell’autore della critica della ragion pura, Immanuel Kant, tanto odiato ovviamente da Stalin. Una vera beffa, degna del sanguinario sovietico con i grossi baffi. Oggi quella città, in ricordo di chi per senso del dovere era disposto anche a pisciarsi sotto, si chiama Kaliningrad.
A Kundera che amò la libertà, se va bene, un giorno, da qualche parte, al più dedicheranno una piazza.

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