Personale/Plurale (1) 13 dicembre 1966, entroterra irpino

luglio 7, 2020

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A pensarci dopo non era stato poi così difficile. Studiata la cassa e il sistema di incastro che usano gli uffici postali. Verificato quando ci erano ogni mese i pagamenti delle pensioni. Trovati i pochi attrezzi necessari e un cannello potente per la fiamma ossidrica. Verificato che il macellaio lasciava sempre aperto il suo treruote e che la chiave che avevano recuperato era in grado di metterlo in moto. Il resto era venuto di conseguenza, forti della esperienza con i calabresi qualche anno prima, a Paderno Dugnano. E poi erano affiatati tra loro e tenevano la stessa smania in corpo. 

Il freddo di dicembre era un ulteriore vantaggio, che pure i più cantinieri si ritiravano appena si faceva sera e i più mattinieri uscivano per la campagna quando era bello che fatto giorno. Le ore di buio, silenzio e svuotamento per le strade, insomma, erano parecchie. Il lavoro alla cassa si poteva fare con più comodità.

Il fatto che la notte adatta fosse quella tra il 12 e il 13 di dicembre, poi, aggiungeva un altro vantaggio. Il giorno di Santa Lucia molti sarebbero rimasti per la celebrazione al paese, tanto più che il tempo era freddo e la gelama rischiava di far scivolare inutilmente i muli nel percorso verso la campagna. Ottime erano tutte le condizioni. E di fatti tutto era poi filato liscio, la cassa aveva resistito giusto un poco, ma a botte di fiamma sparata alla massima potenza era venuta via. Per caricarla sopra al mezzo ci avevano messo niente, pure perché era risultata meno pesante di quanto si aspettassero. Ora che tutto era sistemato e stavano stretti nel treruote l’unica cosa che rimaneva da fare era scappare in fretta dal paese verso il nascondiglio. In fretta, quanto più in fretta che si poteva.

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La corriera infilò l’ultimo tornante che non era ancora giorno. A quell’ora in dicembre la luce sa essere intima e glaciale assieme. Quella mattina aveva in aggiunta un che di sinistro: contornava qualcosa di anomalo verso il bivio in fondo. L’autista se ne avvide già da lontano: a furia di far la linea tutte le mattine del calendario, mandava ogni strada ormai a memoria. Rallentò, calmo, e si fece più prossimo. Più avanti, all’altezza della Croce, intuì un veicolo franato nella curva, le ruote all’aria. Accelerò. Era un treruote. Avvicinandosi si scorgeva di fianco verso la cunetta anche un involucro della stazza di un comò, scuro come la notte. 

Tirò il freno a mano, si chiuse il giaccone e scese a capire se ci fosse qualcheduno ferito da soccorrere. Niente, non c’era nessuno. Una parte di sé provò un inconfessabile dispiacere. Tirò la zip del giaccone su, fino a tutto il collo e guardò di sottecchi a destra e a manca come a sincerarsi che nessuno avesse colto quella sua sensazione. Poi si voltò di nuovo verso il treruote. Ad osservare bene non ci voleva la zingara per capire cosa fosse accaduto. Risalì quindi nell’abitacolo risoluto e fece ai pochi occupanti nei sedili della corriera, dritto: Qua c’è da tornare al paese e avvisare le guardie. Siete tutti d’accordo o qualcheduno va di pressa e pretende che proseguiamo senza fare niente? 

La corriera conduceva allo scalo ferroviario che collegava con i paesi vicini, i treni erano pochi e perderne uno poteva significare giocarsi la giornata. Ciononostante nessuno osò mormorare nulla e così l’autista si rimise alla guida, si liberò il collo dalla chiusura della giaccone e volse veloce da dove era venuto.

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Seduto accovacciato tra i sedili in fondo alla corriera, stava Franchino di Beato. Faccia livida di freddo e scura, funerea, per la nottata di veglia a mammanonna Letizia. Era morta quella notte Letizia, la colonna portante della famiglia intera, tanto che era da tempo già diventata anche soprannome. I familiari appartenevano a Letizia. E così sarebbe stato ancora a lungo, per generazioni. Settantatré anni era un’età considerevole nel 1966 eppure nessuno si aspettava che morisse. O comunque che accadesse così velocemente. Due giorni e mancò. Era stata lesta pure questa ultima volta. Letizia. Una vita così, già da bambina: aveva dovuto crescere in fretta, senza né fratelli, né sorelle e dall’età di quattro anni senza più nemmeno la madre, che mancò assai giovane cadendo dalla giumenta. Una tragedia. Non è chiaro quanto fosse stato l’equino a provocare la caduta. Ad ogni modo il padre di Letizia due giorni dopo, imbracciò il duebotte, chiuse gli occhi e sparò. La giumenta stramazzò al suolo senza emettere nessun rantolo, un solo tonfo sordo. Non la guardò.  Aveva compiuto un atto enorme, fuori da qualsiasi criterio, pure perché la giumenta era un vero patrimonio.

É vero che tenevano il mulino ad acqua e i terreni, ma niente toglieva l’enormità a quello sparo. Gli anziani ne conservano memoria fresca ancora oggi, più di mezzo secolo dopo. Da allora campò solo per la figlia, la tirò su con tutta la devozione, aiutato da una sua sorella.

Poi, quando Letizia compì sedici anni, venne il momento di andare a parlare con Giuseppe De Vito. Un ragazzo fatto, di 33 anni, senza né padre né madre, che viveva in una masseria o forse sarebbe meglio dire sopravviveva, facendo qualsiasi lavoro a ricompensa dell’ospitalità della famiglia Baldassarre.

Il padre di Letizia gli parlò, gli chiese se volesse andare a lavorare con lui al mulino, se voleva andare a stare da loro proprio. Giuseppe ne fu lieto e accettò. E pure se  c’era una differenza di età notevole, con Letizia si piacquero subito e presto si sposarono.

Ebbero due figlie, Francesca e Vincenza. ZeVicenza era la mia prozia, Francesca De Vito era mia nonna.

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